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16 Maggio 2020

Nel nuovo calendario internazionale, primo meeting della stagione a Turku intitolato al fuoriclasse finlandese, 100 anni dopo il suo esordio olimpico con tre ori e un argento ad Anversa

 

di Giorgio Cimbrico

Osservando il calendario steso qualche giorno fa da World Athletics per riportare fasci di luce nelle tenebre fatte calare dalla pandemia può essere significativo – e commovente – annotare che la prima tappa di questa resurrezione sia affidata al meeting che l’11 agosto la natia Turku dedica a Paavo Nurmi. Pochi giorni dopo, a partire dal 17, ricorre il centenario dell’ingresso sulla scena olimpica dell’uomo dal viso di pietra, del giovanotto dalla fronte ossuta che aveva assestato una scossa elettrica ai suoi superiori: con fucile, cartucciera e zaino pieno di sabbia aveva lasciato i commilitoni a distanze siderali in fondo a una “campestre” militare di 20 chilometri.

Nello stadio di Anversa, l’età – che qualcuno chiama era – di Nurmi inizia con una sconfitta. Qualcuno ha azzardato che la vittoria sui 5000 del piccolo francese Joseph Guillemot, accanito fumatore di Gauloises e con il muscolo cardiaco attestato sulla destra, sia da considerare un regolamento di conti tra gallici e finnici: otto anni prima, a Stoccolma, testa a testa tra Hannes Kolehmainen e Jean Bouin, il piccolo Ercole di Marsiglia che, portaordini, cadrà 26enne nel primo autunno di guerra. La vittoria, per il soffio lungo un decimo, è di Hannes, il primo grande figlio di Suomi e l’emozione è cristallizzata in un’immagine che ha passato il secolo ed è freschissima. La storia del record del mondo dei 5000 inizia con quella gara: 14.36.6 contro 14.36.7. Il muro dei 15 minuti sbriciolato.

Paavo non ha esperienza: prova ad attaccare a tre giri dalla fine, Guillemot lo segue, lo attacca ai 200 finali e vince con quattro secondi di margine. “Butta giù questo e sarai imbattibile” aveva detto l’allenatore a Joseph prima del via. Nessun eccitante: acqua, zucchero e rhum. Nurmi è una sfinge: una ricerca iconografica ha fatto scoprire una foto in cui, forse, accenna un sorriso, ma se è un sorriso è incerto. Fece di meglio, anni dopo, l’enigmatica Greta Garbo.

Tre giorni dopo, la finale dei 10.000 metri: Paavo lascia fare a lungo al meccanico scozzese James Wilson prima di prendere la testa i due giri finali. Guillemot lo attacca, Paavo risponde, vince senza strafare e si ritrova i preziosi piedi inondati dal contenuto dello stomaco di Joseph. La finale era stata anticipata di tre ore perché il re dei Belgi aveva assunto impegni anche con un’esposizione d’arte e Guillemot si era concesso un pasto di parecchie portate e di abbondanti bevute. La bocca di Paavo si atteggia appena a sdegno, prima di infilare la porta che lo conduce agli spogliatoi.

Ancora tre giorni prima della “bella” tra i due: il terreno è la campestre di 8 chilometri. Ma la disfida non ha luogo: Guillemot ficca un piede in un buco, ne esce con una caviglia dolorante e si ritira. Nurmi controlla, permette allo svedese Erik Backman di entrare primo nello stadio e lo brucia con disarmante facilità. Un oro che vale doppio: Heikki Liimatainen e Teodor Koskenniemi sono terzo e sesto e la vittoria a squadre è cosa fatta. Tre medaglie d’oro e una d’argento: come esordio non è male. Il capolavoro di Parigi – 1500 e 5000 in meno di due ore – dista quattro anni.

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