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05 Giugno 2020

Il 7 giugno 2000 il primato italiano del triplo (17,60) firmato dal saltatore azzurro bronzo olimpico: “Fu un bivio, mi vengono sempre i brividi. Tokyo a 45 anni? Sì, ci proverò”

 

“Ogni volta che ripenso a quella serata mi vengono i brividi sulla pelle, è una sensazione che non sparirà mai”. 7 giugno 2000: alla Notturna di Milano esplode il talento di Fabrizio Donato. Sono passati vent’anni dal primato italiano del salto triplo, un 17,60 che è ancora imbattuto. Quel ragazzo, 24 anni ancora da compiere, nei due decenni successivi avrebbe conquistato un bronzo olimpico a Londra, un titolo europeo all’aperto e uno al coperto, e altri due argenti agli Euroindoor (tra cui Parigi 2011 con il 17,73 del record italiano in sala). E quello stesso ragazzo – 44 anni ad agosto, cinque Olimpiadi, una vita in Fiamme Gialle – è ancora in pedana, in attesa di un gran finale, magari a cinque cerchi.

Vent’anni dopo, cosa ti rimane addosso di quella serata? 
“Al di là delle medaglie, sicuramente è stata la gara più bella della mia vita perché mi ha proiettato nell’atletica dei grandi. Sono andato a controllare qualche tempo fa: a fine stagione quel 17,60 era ancora la seconda migliore misura al mondo. Io e Paolo Camossi (17,45), due tipi molto competitivi da sempre, in pochi minuti abbiamo riscritto la storia del triplo italiano, tra l’altro in un tempio della nostra atletica come l’Arena di Milano e battendo il tedesco campione del mondo Charles Friedek. Non avevo mai vinto nulla a livello giovanile e quella stagione, il 2000, fu un bivio importante dal lato tecnico e personale. La svolta fu cambiare il modo in cui usavo le braccia: da alternate a sincrone. Ci lavorammo tutto l’inverno con Roberto Pericoli, ispirati anche dal salto elegante di Jonathan Edwards, e già alla fine di maggio riuscii a superare i diciassette metri per la prima volta. Poi, quella serata…”.

Donato a 24 anni, Donato a 44. Cosa è cambiato e cosa resta uguale?
“È rimasta la stessa determinazione di emergere e di farlo a sorpresa, restando sempre un po’ nascosto, lavorando in silenzio. Prima, senza i social, era più semplice stare dietro le quinte, ora meno. Cambierei poco del Fabrizio di allora. Certo, per un ventenne un anno vale un anno, per un quarantenne ogni stagione sono 5, 6, 7 anni. Ma dove la natura mi sta togliendo, c’è l’esperienza che mi dona qualcosa in più. Chiamiamola saggezza. Ma è padronanza del corpo, coscienza delle capacità tecniche”.

Se c’è qualcuno che è stato penalizzato dal rinvio dei Giochi, forse sei proprio tu, che a Tokyo ci speravi e ci speri ancora. Come la vivi?
“Mi sono sempre detto che voglio smettere senza rimpianti. Quale occasione migliore della stagione olimpica? Continuo ad avere questo stimolo, non sopporto i ‘se avessi provato, se avessi continuato’ che spesso sento in giro. Continuo a divertirmi, mi piace quello che faccio, la mia vita è piena di adrenalina. Sì, voglio provarci”.

Ti vedremo in pedana anche nel 2020?
“No, saltare in gara quest’anno significherebbe intaccare qualcosa di già abbastanza compromesso. Se ho una cartuccia, voglio giocarmela l’anno prossimo, certo con l’incognita di un anno in più: a Tokyo sarei alle porte dei 45.

In questo periodo ho cercato di mantenere tutti i distretti muscolari integri e la mia idea è tornare a sentirmi un atleta normale, trovare un bell’equilibrio e una condizione decente per ripartire verso fino agosto con la mia 26esima preparazione autunnale-invernale”.

Oro, argento, bronzo. Qual è il podio delle tue medaglie?
“Al primo posto metto gli Europei indoor di Torino. La prima medaglia internazionale della mia carriera, il giro d’onore davanti al pubblico italiano, con mia figlia Greta di 5 anni e mia moglie Patrizia in tribuna. È qualcosa che auguro a chiunque. Poi il bronzo olimpico di Londra: condividere quel momento con Roberto Pericoli che dal 1995 è stato un padre, un fratello, un compagno, è qualcosa di indimenticabile. Ecco, tornassi indietro, probabilmente quell’anno non avrei gareggiato agli Assoluti di Bressanone dopo la vittoria agli Europei di Helsinki: uscì una super gara con Greco e Schembri ma il fastidio alla schiena me lo portai fino a Londra. E chissà senza quel dolore cosa sarebbe accaduto. La terza medaglia che metto sul podio è Belgrado 2017, l’argento agli Euroindoor a quarant’anni suonati e da ‘allenatore di me stesso’. Quanti altri ci sono riusciti?”

Domanda inevitabile: immagini un futuro da allenatore?
“Ancora non so rispondere. So che sono pronto ad affrontare la mia vita ‘da grande’. Mi piacerebbe provare a trasmettere il mio percorso, la mia avventura. Mi auguro di rimanere nel nostro mondo, questo sì. E in fondo tre esperienze da allenatore le ho già vissute: la prima con me stesso, poi con Andrew Howe (e mi ritengo fortunatissimo di averlo fatto), e ora con mia figlia Greta, in giardino, durante la quarantena. Posso dire di aver allenato un quarantenne, un trentenne e una quindicenne!”.

Di recente l’incontro con Papa Francesco in Vaticano. Che emozione è stata? 
“Unica. È stato toccante, è un uomo che dà la sensazione di vicinanza, di bontà. Invito tutti a partecipare all’iniziativa di solidarietà We Run Together… io ho messo in palio una cena a casa mia!”

Da capitano che messaggio vuoi mandare all’atletica che riparte?
“Che il rinvio delle Olimpiadi è un’occasione da sfruttare. Ripensando a quel 2000 del record, non mi sentivo pronto per Sydney, era successo tutto in fretta, e con un anno in più sarei stato all’altezza dei Giochi. Cosa consiglio? Tanta passione, tanta lealtà e tanta appartenenza alla maglia che indossiamo, la maglia azzurra. E tanto rispetto”.

Esiste già un nuovo Fabrizio Donato?
“Per quanto riguarda il triplo, il mio mondo, i risultati dicono che di talenti giovanili ce ne sono, e anche di bravi allenatori. Spero che qualcuno, o anche più di qualcuno, possa prendere il mio testimone il prima possibile”.

naz.orl.

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Donato medaglia d’oro a Helsinki 2012 (foto Colombo/FIDAL)

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