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04 Agosto 2020

L’anniversario dei due ori azzurri nello stesso pomeriggio ai Mondiali di Göteborg, il 6 agosto 1995: Fiona nel lungo, Michele nella 20 km di marcia. Il racconto di una giornata perfetta

 

di Giorgio Cimbrico

L’atletica e i giorni. Il repertorio è ricco, perfetto per un’interrogazione per stabilire se il candidato è degno o no di fregiarsi del titolo di esperto. Cosa è successo il 25 maggio 1935? Owens, sei record del mondo in meno di un’ora. Bene, bravo. E il 6 maggio 1954? Bannister, primo uomo sotto i quattro minuti nel miglio. Perfetto. Passiamo all’Italia: 3 settembre 1960… Berruti, oro e due record del mondo dei 200. Magnifico. L’esame, a questo punto, può anche dirsi superato. Per la lode, giusto un’ultima domanda sul 6 agosto 1995. Giusto un quarto di secolo alle spalle.

Una domenica, una benedetta domenica per l’atletica azzurra, indimenticabile parentesi di caldo secco e sole pieno, attorno e dentro l’Ullevi di Göteborg, in quella che i francesi, amanti delle etichette opportunamente riempite di retorica, avrebbero chiamato la gloriosa giornata. O gli inglesi, più secchi e incisivi, Golden Sunday. Le ore di Michele e di Fiona.

Tutto cominciò nel primo pomeriggio, con la 20 km di marcia. I cinesi dai passetti affrettati venivano da tempi sensazionali: Bo venne squalificato, Chen si squalificò da solo, schiantato dalla fatica, improvvisamente, come gli avessero tolto la corrente. Didoni, che in mezzo a tanti emaciati, sembrava un Ercole, un colosso, domò tutti quanti, andando giusto per un secondo sotto l’ora e 20: il piccolo Massana arrivò a 24 secondi, Shchennikov dall’azione… disordinata, a 2 minuti abbondanti.

Erano le 15.20 e nel tendone – sotto la volta in cemento dello stadio che ha ospitato molte cose, a cominciare dal dribbling diavolesco di Garrincha nel primo anno di grazia del Brasile, il 1958 – Pietro Pastorini con il suo viso da vecchio marinaio di pianura aprì la chiusa delle lacrime che corsero tra quei solchi. “A questo punto, potrei anche morire”.

Era uno dei suoi ragazzi, uno dei suoi figli, tolto dalla strada di Quarto Oggiaro e portato su altre strade, un magnifico outsider che provocò liete sorprese a quelli che avevano allungato qualche corona sul suo nome.

Tutti, là sotto, eravamo molto felici e cercavamo di raccogliere molti buoni appunti anche perché Michele era proprio un bel soggetto: simpatico, disponibile, intelligente, diverso, imprevedibile, lontano da ogni stereotipo. Ma intanto il tempo passava e qualcuno, con educazione, sottovoce, cominciava a mormorare che sarebbe stato meglio mollare Michele e tornare in tribuna perché stava per cominciare il lungo. Andò così: commiato, un appuntamento per il giorno dopo, un ritorno ai nostri posti per seguire sul monitor o con il binocolo perché la pedana era quella che correva lungo l’altro rettilineo, nella luce piena, la luce del Nord, la chiamano.

E siccome è noto come andò a finire, non resta che tornare a quel che accadde ancora in quel meraviglioso tendone che sembrava la grotta di Aladino, quando scendemmo per chiacchierare e per esultare con Fiona May che, da quel momento, chiamammo la nostra Azzurra Aida. Dopo l’eurobronzo dell’esordio italiano, un anno prima a Helsinki, ora aveva fatto il colpo grosso atterrando a 6,98 su una sabbia che stava per offrire i prodigi, ancora non intaccati, di Jonathan Edwards e di Inessa Kravets.

Rovistare nei ricordi significa rinvenire quelle che sembrano novità. Come il quinto posto di Valentina Uccheddu, due centimetri davanti a Jackie Joyner-Kersee (ammessi in questo caso i punti esclamativi), come la presenza (e il secondo posto, a dodici centimetri da May) di Niurka Montalvo, l’ex-cubana che quattro anni dopo, a Siviglia, avrebbe trasformato Fiona in una furiosa Carmen.

C’era una canzone che parlava di una domenica bestiale. Quella fu celestiale. Venticinque anni dopo, perfetta in ogni particolare.

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