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15 Maggio 2019

Domenica 19 maggio il compleanno dell’oro olimpico dei 200 metri ai Giochi di Roma 1960, leggenda dell’atletica e dello sport azzurro. Sarà festeggiato a Torino dagli amici di sempre

 

di Giorgio Cimbrico

Un film perfetto, breve, intenso: sempre bene rivederlo in bianco e nero, le immagini non sono in alta definizione ma di smisurata commozione. Sono anche emozionanti, sino a destare apprensione: vuoi vedere che quell’americano in rimonta frega il nostro? Può capitare in un universo parallelo (primo Lester Carney, secondo Livio Berruti) o in uno di quegli incubi ricorrenti che piombano nelle nostri notti: l’esame di maturità è un classico.

Livio non ha mai sognato quella finale. Il subconscio non l’ha trasformata in qualcosa di celestiale, non ha rovesciato l’esito in una rovinosa Waterloo. “Raccontata, ricostruita sì, molte volte, sognata mai”. Sarà per il suo spirito razionale che ancor oggi lo porta a preferire la scienza alla fantasia, l’assoluto della matematica al ritmo dei versi, la misura alla tempesta dello spirito. “Ma in gioventù ho letto anche Hemingway e Steinbeck”, precisa l’aspirante ottantenne che al traguardo arriverà domenica 19 maggio, festeggiato all’Isef Torino, di cui è presidente onorario. L’appuntamento consueto è stato allargato a compagni di pista e di staffetta (anche Sergio Ottolina, suo implacabile “persecutore”), a vecchi amici che sulla sua impresa, su quel 3 settembre 1960, hanno finito per costruire la misura dell’esistenza, le categorie dell’etica, i canoni della bellezza.

Berruti non è un’ombra del passato, è un nostro contemporaneo che possiede un patrimonio di ricordi e di valori che a pochi è consentito. Si può cogliere a ogni accenno, a ogni parola, a ogni valutazione, mai aspra, mai cosparsa di livore, solo ricca di una nobile diversità tra chi apparteneva all’era felice in cui, riecheggiando la prosa nitida di Evelyn Waugh, gareggiare era un piacere, e chi vive un presente e un futuro incalzante di febbrili obblighi e di relative convenienze. Lo sport del tempo di Berruti era lieve, spontaneo, disinvolto; quello d’oggi, alienato.

“Mi allenavo poco e forse è la ragione per cui sono durato tanto”: si compiace della battuta pronunciata con quella sua cadenza che prevede accelerazioni e piccole frenate.

Ricorda, a chi l’ha letto, Mr Chips, il professore immaginario, ma quanto reale, di un commovente romanzo che oggi, chissà, potrebbe porre problemi di comprensione. Come Chips rivede una galleria di volti, compagni di una “chanson de geste”, di un’era in cui l’atletica era solo una magnifica parentesi: Carl Kaufmann che divenne tenore, Stone Johnson che venne spazzato via a 23 anni da un terribile placcaggio, Rafer Johnson che pregò su Bob Kennedy moribondo, Abdoulaye Seye che incontrò un giorno a Torino, molti anni dopo, ed era pronto a rivivere le emozioni e la gioia elettriche di quei venti secondi all’Olimpico.

“Oggi sono diversi, omologati”. Non hanno più la leggerezza del tempo delle ali ai piedi, un lungo momento di gloria che si esaurisce proprio nell’estate romana di quasi sessant’anni fa, il tempo e il luogo di quella che rimane l’Impresa dell’atletica azzurra, dello sport italiano, perfetta, come in un capolavoro teatrale della classicità, per esser racchiusa in due atti e in meno di due ore.

Immagini, suoni, parole concorrono alla creazione della scena: in semifinale i tre primatisti del mondo (Ray Norton, Stone Johnson e Peter Radford) non lo stritolano, al contrario, è lui a spedire fuori dal ring il britannico, a trasformare in tetrarchia il vertice della distanza: 20.5, 20.65. Un italiano primatista del mondo dei 200: si era mai vista una cosa simile?  “E a quel punto sentivo una gran fifa, sparii e qualcuno disse che ero un tipo scostante”. E il riso ritorna, come un torrente di primavera, un rigagnolo che conduce all’angolo dove Livio legge un libro di chimica – la sessione autunnale di esame è alle porte – mentre gli altri sono a scaldarsi ai Marmi (lui ci andrà giusto per qualche minuto, per un accenno di allungo) e Giorgio Oberweger e Peppino Russo vanno a saggiare la consistenza della pista. Ma intanto Livio ha già deciso: non correrà con le Adidas, preferisce le Valsport bianche. Oggi andrebbe incontro a dei guai.

Rivedere le foto, scattate da diverse angolazioni, della finale è costruirsi una successione di immagini mute, accompagnate dalla colonna sonora dell’emozione che questo abisso di tempo non ha cancellato, sottoposto a una “diminutio”.

La curva perfetta, la variazione di assetto (ginocchia più alte) all’ingresso del rettilineo suggerita dal mentore, il vantaggio netto che Lester Carney inizia a erodere. “Correva alla mia destra, lo sentivo: sembrava il meno pericoloso e alla fine toccò a lui portarmi la minaccia. Ma davvero è ancora vivo?”. Sì, Lester ha 85 anni e la cittadina dell’Ohio dove vive gli ha dedicato una pista.

Sulla terra rossa gli appoggi erano dei bump che parevano dei diretti al mento. La decisione di lanciarsi in avanti ma qui non c’è bisogno di attendere quattro minuti come capiterà tre giorni dopo per Otis Davis e Carl Kaufmann, divisi solo dal bisturi del fotofinish, uniti nella prima discesa sotto i 45 secondi. Qui la vittoria è molto netta, molto chiara: 20.5 a 20.6, 20.62 a 20.69, andando a consultare il crono elettrico che agiva al fianco di quello manuale. Ancora record del mondo, ancora un rovescio per i velocisti Usa che avevano dovuto incassare sconfitta da Armin Hary, il secondo europeo a fregare gli Usa dopo Harold Abrahams annata ’24, pregiata come uno Chateau Lafite.

Ma questa è una première assoluta: in 60 anni di 200 corsi a Giochi, l’oro era stato portato a casa da dieci americani e da due canadesi. Europei o europei mediterranei, mai, zero. “Non te l’ho mai perdonato”, ripete Eraldo Pizzo. L’oro del Settebello finì, come si dice in gergo, di taglio. Le testate, i titoloni, le aperture furono per Livio. E in giorni di tamburi lontani ci ritroviamo, come in una cantata di Bach, nella mente, nel cuore, negli occhi, con quell’immagine: un giovane sottile, occhiali scuri, che corre come un Mercurio e dopo l’arrivo incespica come se la dimensione divina si fosse interrotta dopo venti secondi di azione sublime e in tribuna il bel mondo che si è radunato (c’è anche Jesse Owens) ha soltanto parole piene di meraviglia e i giornalisti italiani, quelli di una generazione perduta, possono scrivere le loro cronache marziane. L’invidia, in questi casi, è il più comprensibile e umano dei sentimenti. 

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