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15 Giugno 2019

Da Marcello Fiasconaro a Davide Re, passando per Zuliani, Barberi e Galvan: il giro di pista azzurro si avvicina alla dimensione dei 44 secondi

 

di Giorgio Cimbrico

A poco più di un mese dal 70° compleanno di Marcello Fiasconaro, Davide Re (quel sovrano biblico amava la poesia e il suono dell’arpa), dà una spallata al record italiano dei 400, manca per il soffio di due centesimi l’ingresso nella dimensione dei 44 secondi, si trasforma nel migliore europeo del 2019, diventa anche il quarto ligure a impadronirsi del record italiano del quarto di miglio dopo l’apollineo Emilio Lunghi, Alfredo Gargiullo destinato a una scomparsa precocissima e il proteiforme Giacomo Carlini.

Perché portare in scena Fiasconaro? Semplice, sui 400 Marcello iniziò la sua saga trasformandosi nel primo azzurro a infrangere la barriera dei 46 secondi correndo prima a Roma, poi a Viareggio, con una maglietta a righe orizzontali bianche e verdi di sapore ovale, il pianeta dal quale era stato paracadutato in pista. Due volte in meta: 45.7 e 45.5.

La maglia era azzurra a Helsinki, per la finale europea di mezzo agosto 1971, quando, da buon centro il cui primo comandamento è placcare, March corse senza perder d’occhio il polacco Jan Werner, indicato come l’avversario più ispido per un neofita come lui. Compito eseguito alla perfezione non fosse che all’esterno, come un’ala indisturbata, trovò spazio David Jenkins, roseo scozzese che, come Fiasconaro, aveva visto la luce lontano dalla patria, a Trinidad. Riletto dopo quasi mezzo secolo, il verdetto è eloquente sugli equilibri: Jenkins 45.45, Fiasconaro 45.49, Werner 45.56.

La storia si dipana nel trascorrere del tempo. Dieci anni dopo, Mauro Zuliani, di struttura leggera e d’azione elegante, già capace di eccellenti acuti indoor e capitano di una formidabile 4×400 azzurra, visse il suo giorno dei giorni ad inizio settembre ’81, in una Coppa del Mondo frequentata, all’Olimpico, da un pubblico foltissimo. La vittoria andò all’americano Cliff Wiley in 44.88 e il milanese tolse due decimi abbondanti al record di Fiasconaro e con 45.26 lasciò alle spalle, per un centesimo, il giamaicano Bertland Cameron che due anni dopo a Helsinki sarebbe diventato il primo iridato del giro di pista.

È stato necessario un quarto di secolo per giungere a un ritocco: il 45.19 reatino del laziale Andrea Barberi rappresentò un sussulto, un soffio che Claudio Licciardello avrebbe potuto rendere turbine se la mala sorte non si fosse accanita sul catanese. Il suo vertice, 45.25, venne in un’occasione importante, sulla pista olimpica di Pechino.

Altri dieci anni per un altro progresso, lieve, sette centesimi, e doppio: ancora Rieti, in formato tricolore, per il veneto Matteo Galvan, un van Niekerk in miniatura, capace di esprimersi su 100, 200 e 400. Galvan, allenato da Maria Chiara Milardi, conquistò il titolo in 45.12 e concesse il bis nell’euro-semifinale di Amsterdam, risultando il secondo degli ammessi alla finale. Che corse con il serbatoio dell’energia ormai svuotato.

Con un intervallo assai più contratto, tre anni, un altro allievo della giovane allenatrice sabina, parte di una famiglia che all’atletica ha dato amore, lavoro, passione, ha disegnato un altro progresso, sino a portarsi a un soffio da un vecchio cancello del cielo, quello che si apre sui territori dei 44 secondi.

Se Otis Davis e Carl Kaufmann lo varcarono con il doppio 44.9 olimpico e romano (45.07 e 45.08 con crono elettrico), toccò a Tommie Smith dare una prima violenta scossa: 44.5 il 20 maggio 1967 sulla pista di San José dopo che il suo allenatore, il leggendario Bud Winter, alla vigilia aveva peccato di ottimismo o di sconfinata fiducia nel suo meraviglioso allievo: “Cosa può fare Tommie? Direi 42 alto, 43 basso”.

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