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17 Novembre 2019

A 96 anni è scomparso l’unico atleta che ha vinto l’oro olimpico sui 100 metri e sui 110 ostacoli, il primo nel 1948 e il secondo nel ’52

 

di Giorgio Cimbrico

Harrison Dillard detto Bones, Ossa. “Me lo diceva anche mia madre: Harrison, come sei magro. Pensava fossi rachitico”. E così, da peso leggero, è arrivato a 96 anni compiuti e non fosse stato colpito da quel cancro allo stomaco che ha finito di prosciugarlo, avrebbe puntato al traguardo del secolo. L’olimpionico americano più longevo. Per chi ama l’atletica, Dillard, classe 1923, era l’uomo che rende possibile l’impossibile, l’uomo che morde il cane, quello che rompe un vaso in mille cocci, lo rimette assieme e non si vede neppure un segno. L’uomo del miracolo: non è un caso che a ispirarlo fosse stato Jesse Owens. Cleveland, estate del ’36, parata per onorare l’eroe di Berlino. Ossa ha 13 anni ed è con un gruppo di amici ad applaudire. Jesse li vede, ammicca, fa un sorriso. Ossa è affascinato: “Voglio diventare come lui”. Statisticamente, impresa riuscita: quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi. Non tutte in una volta come Jesse, ma non è il caso di essere schizzinosi.

Il miracolo e le sue premesse: tra il ’47 e il ’48 Dillard vince 82 gare di fila e diventa primatista mondiale dei 110hs, il primo a 13.6, migliorando lo stordente 13.7 datato ’36, al Bislett, del bel Forrest Towns e eguagliato cinque anni dopo da Fred Wolcott. Prime crepe ai campionati americani, a Milwaukee: perde i 100 da Barney Ewell e i 110 da William Porter. Una settimana dopo, Trials a Evanston, Illinois, combina il disastro che finirà per trasformarlo in una specie di fenice, capace di rinascere dalle proprie ceneri: prende in pieno il primo ostacolo, il terzo, il quarto. I tre biglietti per Londra sono per Porter, Scott e Dixon che così occuperanno il podio olimpico. Harrison un posto lo aveva rimediato sui 100: terzo dietro a Ewell, che in 10.2 aveva eguagliato Owens, Davis e il panamense LaBeach, e a Mel Patton, 10.3. Lui 10.4.

È il 9 luglio. Ventidue giorni dopo Ossa è campione olimpico dei 100: prende un grande avvio, tiene, viene rimontato da Ewell che è convinto di avercela fatta. Attendendo l’esame del fotofinish, LaBeach si avvicina: “Guarda che non hai vinto tu, ha vinto Ossa”. Tutto confermato un paio di minuti dopo. Barney abbraccia Ossa e l’uno e l’altro vengono avvolti dall’applauso del pubblico di Wembley. Tempi: Dillard 10.3, Ewell, LaBeach e lo scozzese McCorquodale 10.4, Patton 10.5, McDonald Bailey, britannico di Trinidad, 10.6.

Quattro anni dopo, a Helsinki, Harrison conquista l’oro nei “suoi” 110hs, ma Jack Davis gli dà filo da torcere: 13.7 per l’uno e per l’altro. Sia a Londra che a Helsinki, Ossa fu una buona “gamba” della 4×100, in terza nel ’48, in seconda frazione nel ’52 quando con Dean Smith, Lindy Remigino e Andy Stanfield gli Usa lasciarono a due decimi gli esordienti sovietici. Prima del miracolo, Ossa si era fatto 32 mesi di naja, da combattente vero, risalendo l’Italia nel 92° reggimento di fanteria, i Buffalo Soldiers, gli All Blacks dell’esercito americano.

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