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05 Dicembre 2019

Domenica gli Europei di corsa campestre nella capitale portoghese che ospitò la rassegna iridata: il trionfo dell’eroe di casa Carlos Lopes

 

di Giorgio Cimbrico 

Lisbona – sede degli Europei di cross 2019 – riporta a una giornata storica, collocata nel marzo 1985, piena di sole primaverile, senza alcuna delle caratteristiche brutali e affascinanti della corsa campestre: fango, neve, improvvisi sbalzi altimetrici. Sul percorso di Jamor, nei pressi di un gigantesco stadio costruito per un’esposizione universale degli anni Venti, Carlos Lopes concesse il bis di East Rutherford e, dopo l’oro olimpico nella maratona di Los Angeles, contraddisse un vecchio adagio popolare: esser profeta in patria è possibile. Dopo 34 anni, un terzo di secolo abbondante, Lopes risulta uno dei pochissimi europei a essersi calato in testa la corona di campione del mondo di cross country. La presenza, nell’albo d’oro, di una doppia bandierina belga costringe a una precisazione: Mohammed Mourhit aveva salde radici nordafricane.

Di modesta statura ma dotato di lunghi arti inferiori, su un percorso che più che una campestre aveva le sembianze e le caratteristiche di certe antiche competizioni su pista in erba, Carlos riuscì, in un finale mozzafiato, scandito da una lunga progressione, a spuntarla di quattro secondi sul keniano Paul Kipkoech (destinato a vita breve, 32 anni) e di cinque sull’etiope Wodajo Bulti. La grande marea africana stava salendo e di lì a un anno, sul duro percorso di Neuchatel, con l’inizio del regno di John Ngugi, avrebbe sommerso ambizioni e speranze dei vecchi inventori. Ma quel giorno, a Lisbona, gli europei seppero ancora tener alta la testa: il macilento e indomabile irlandese John Treacy, campione nel ’78 e nel ’79, finì quinto, il tedesco Christoph Herle settimo, il francese Pierre Levisse nono.

Tra le ragazze, le africane non si erano ancora affacciate – e sarebbero passate altre edizioni prima che il monopolio venisse severamente esercitato sia a livello individuale che a squadre – e il successo fu della ragazza scalza, Zola Budd, sudafricana di nascita, britannica non senza qualche polemica per il regime di apartheid del governo di Pretoria. Terza, una delle grandi interpreti della rivoluzione della corsa femminile, la norvegese Ingrid Kristiansen, colta, intelligente, dalla coinvolgente dialettica.

Il viaggio nel tempo di un cross mondiale che aveva ancora il suo epicentro in Europa costringe a un flashback ancora più profondo, sino a quarant’anni fa, nel 1979, e alla bruma leggera che avvolgeva l’ippodromo di Greenpark, Limerick, Irlanda occidentale. Treacy, argento olimpico nella maratona a poco più di mezzo minuto da Lopes, mise in palio il titolo e lo mantenne stroncando sul rettilineo finale in leggera salita quel buonanima di Bronislaw Malinowski e il sovietico, di radici lettoni, Aleksandr Antipov. Il piccolo gallese Tony Simmons non andò lontano dal podio, così come il duro belga Leon Schots, campione due anni prima a Dusseldorf, quando Franco Fava, per il soffio di otto decimi dopo 12 km e mezzo di scontro aperto, mancò il terzo posto, preceduto dal tedesco Detlef Uhlemann. Il titolo delle donne fu di un’altra grande che è scomparsa, Grete Waitz, regina delle strade di New York. Cristina Tomasini esercitò la sua grinta e mise le mani sul decimo posto.

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