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12 Dicembre 2019

Gli ori mondiali e gli argenti olimpici del lungo, i successi e le delusioni: compie mezzo secolo Nostra Signora dei salti sulla sabbia

 

di Giorgio Cimbrico

Fiona May tornò in pedana quando Larissa aveva pochi mesi e seguiva mamma, seduta su un passeggino spinto da un’amica. Quel giorno di primissima estate, a Pavia, lo stupore venne da una constatazione: a seguire il ritorno di una delle più formidabili collezioniste di medaglie nella storia dell’atletica italiana non c’era una sola tv. Solo tre cronisti, né d’assalto, né ormai più di verde età, due di quotidiani sportivi, uno di un giornale “generalista” che dopo la gara e le parole di Fiona, trovarono ospitalità su quella specie di veranda propria dei campi scuola, nei pressi della casa del custode. Là vennero scritte le corrispondenze dei tre inviati: è passata poco più di un quindicina d’anni e sembrano anni luce.

La Nostra Signora dei salti sulla sabbia, da poche ore insospettabile cinquantenne, viene da Slough, Berkshire, da venticinque anni è italiana e fiorentina (ultima propaggine di quella stirpe di anglo fiorentini inaugurata da Robert Browning e Elisabeth Barrett) e le figlie portano nomi degni di principesse del tempo degli zar, Larissa e Anastasia: vecchi e appassionanti testa a testa con donne venute dal freddo hanno lasciato segni e rivoli d’amicizia.

L’ultima parte del XX secolo e gli esordi del XXI coincisero con i suoi picchi (chi, se non Fiona May, l’azzurra più presente sul podio dei Mondiali, con quattro salite, due sul gradino più alto?) ma anche con le sue pagine più amare: l’oro olimpico di Atlanta, strappato dalla nigeriana Chioma Ajunwa, che veniva da una lunga squalifica per doping, non le è mai andato giù, così come quell’ultima salto dell’ispano-cubana Niurka Montalvo in quella notte sivigliana carica di rabbia.

In Coppa Europa le presenze e i risultati di Fiona sono una non piccola biblioteca di Babele e iniziano con un volumetto in lingua inglese (tre volte terza tra il 1989 e il ’93), per dilatarsi in una collezione di gran pregio che spedisce lei sul punto più alto: un feudo di quattro vittorie. 

Limitando ai suoi anni italiani, iniziati con il bronzo europeo di Helsinki ’94, Fiona ha nove piazzamenti sul podio (più due in First League, la vecchia serie B) e, evento unico negli annali d’Italia, da affiancare all’accoppiata 5000-1000 di Alberto Cova nell’85, la doppietta che consumò nel ’98 a San Pietroburgo a ritmo di record italiano sia nel lungo che nel triplo: il 7,08 era il suo sesto limite (poi allungherà fino a 7,11), il 14,65 il terzo e ultimo prima che lo scettro passasse nelle mani di un altro eccellente “acquisto”, Magdelin Martinez.

L’anno precedente, a Monaco di Baviera, i punti di Fiona erano serviti a portare l’Italia a un quinto posto che si sarebbe trasformato in quarto per successive sanzioni doping, e nel ’99, a Parigi-Charlety il quarto asso pescato sulla pedana del lungo e il terzo posto nel triplo (con un 14,55 che oggi la proietterebbe ancora molto in alto) furono utili per assicurare la quinta piazza finale della squadra. Stagioni rigogliose.

Per chiudere con una piccola raffica di eloquenti euronumeri: una doppietta, quattro vittorie, due secondi posti, tre terzi, tre record italiani (oltre a quelli citati, anche il 6,96 del ’95), un successo e un terzo posto in First League, tre terzi posti per la Gran Bretagna prima di cambiar vita e colori da portare addosso. Fosse rimasta inglese, l’avrebbero nominata Obe, forse Dame. È andata in un altro modo, benissimo per noi.

ATLETICA TV, LO SPECIALE DEDICATO A FIONA MAY

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